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La conviviale di giovedì 17 ottobre ha visto come ospiti i professori Salvatore Ricciardo e Franco Giudice che hanno intrattenuto i soci raccontando la scoperta di una lettera di Galileo Galilei che si riteneva perduta.

 

Capita raramente di poter conoscere e parlare di persona con l’autore di una importante scoperta: normalmente questi personaggi sono inaccessibili, misteriosi e di cui si conosce solo il nome.

Salvatore Ricciardo, professore a contratto dell’Università degli Studi Bergamo del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, è una persona reale, in carne ed ossa, con cui abbiamo avuto il piacere di trascorrere la conviviale ed avere la sua testimonianza circa la sua recentissima scoperta in ambito storico e scientifico: la lettera originale e autografa di Galileo Galilei, datata 1613 e destinata a Benedetto Castelli, professore di matematica a Pisa e suo fidato allievo, a cui lo scienziato affida le sue idee sui rapporti tra la Bibbia e la teoria eliocentrica e che è stata tra le carte conservate alla Royal Society di Londra per due secoli e mezzo. Una lettera che si pensava perduta.

Il nostro relatore ci racconta che era impegnato nel contesto del progetto PRIN finanziato dal MIUR sull’eredità di Galileo in Europa tra il XVII e il XIX secolo, per censire le opere a stampa di Galileo pubblicate nel Seicento custodite da alcune biblioteche inglesi, e rilevare eventuali annotazioni a margine per studiare poi l’impatto dell’opera galileiana in terra inglese. Questo progetto, partecipato anche da altre università, per l’Università di Bergamo è stato condotto sotto la responsabilità e supervisione del professor Franco Giudice, tutor in questa ricerca. Avendo curato un’edizione degli scritti del matematico benedettino Benedetto Castelli, fra le ricerche effettuate nel catalogo online, nella sezione ‘Archives’, tra i risultati, c’era l’indicizzazione di una lettera attribuita a Galileo e destinata a Castelli, solo che era catalogata in modo sbagliato e riportava la datazione di 21 ottobre 1613. Il catalogo online descriveva la lettera come contenente il tentativo di riconciliare le Sacre Scritture con la teoria copernicana, e in particolare con il passo del Libro di Giosuè, che è appunto l’argomento affrontato da Galileo nella celebre lettera a Castelli del 21 dicembre 1613. Quando però gli è stato possibile esaminare il documento originale ha avuto conferma che si trattava della lettera a Castelli. L’errore di catalogazione è forse da attribuire al fatto che in calce la lettera riporta la seguente dicitura: ’21 xbre 161…’ Ora, uno studioso sa che quella ‘x’ sta per ‘dieci’, quindi ‘dicembre’.

La conclusione che la lettera era autografa è stata il risultato del lavoro congiunto con Franco Giudice dell’Università di Bergamo e Michele Camerota dell’Università di Cagliari, studiosi di Galileo, che poi hanno consultato altri colleghi, tra cui Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo di Firenze, una delle massime autorità in materia di studi galileiani. Abbiamo inoltre effettuato una comparazione tra la grafia della lettera e altri documenti dello stesso periodo di sicura mano di Galileo. Successivamente, analizzando le correzioni e le inserzioni presenti nella lettera (che dunque a rigor di logica non poteva essere una copia tra le tante), abbiamo capito che il testo originale ricalca esattamente la copia inviata da Lorini al prefetto per la Congregazione dell’Indice. Finora è stata ritenuta dalla maggior parte degli studiosi, anche se non tutti, come la copia fedele dell’originale considerato irrimediabilmente perduto. Questo sicuramente cambia qualcosa nell’interpretazione delle vicende attinenti al cosiddetto ‘primo processo’ a Galileo, nelle quali la lettera a Castelli ebbe un ruolo chiave.

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Galileo Galilei. Scienziato, filosofo, scrittore teatrale, critico letterario, e molto altro. La personalità poliedrica del rivoluzionario della scienza affascina studiosi e ammiratori da più di quattro secoli: nel corso della sua vita Galilei creò legami con le più alte personalità del Seicento italiano (e non solo) e diede vita a mondi fino ad allora sconosciuti e impensabili.

La grande forza della sua parola e del suo sapere sono state le lettere che scriveva: Galileo, infatti, dedicò sempre molta cura e attenzione alla scrittura epistolare. Egli conservava con cura le lettere ricevute e persino copie di quella che stilava, archiviandole e ordinandole per i nomi dei corrispondenti. Oltre che per la comunicazione immediata, lo scienziato scelse la forma epistolare anche per la presentazione delle sue scoperte o per la formulazione e discussione di ipotesi di ricerca.

È,infatti, ad una lettera che Galileo affida l’esposizione della sua (eretica!) teoria eliocentrica. Siamo nel 1613 e le teorie galileiane creano una forte opposizione, essendo in contraddizione con il dettato della Sacra Scrittura: Benedetto Castelli, professore di matematica a Pisa e allievo di Galileo, prende le difese del maestro perché interrogato insistentemente dalla granduchessa Cristina sulla congruenza tra la Sacra Scrittura e la nuova scienza.

Galileo prepara allora una risposta a Castelli, datata 21 dicembre 1613, che intende far circolare ampiamente, in modo che costituisca una pubblica risposta. Qui, Galileo, delinea il proprio punto di vista circa l’esegesi biblica e l’ambito scientifico: si deve attuare una netta separazione tra il campo della fede e quello della ricerca naturale.

Galeotta fu la lettera, direbbe Dante. È, infatti, l’epistola mandata a Castelli a dare adito alla denuncia che viene presentata alla Congregazione dell’Indice da Niccolò Lorini, nel febbraio 1615.

La storia sembrava già scritta, conosciuta e conclusa, ma la scoperta di un ricercatore dell‘Università di Bergamo, Salvatore Ricciardo, ci dimostra che non bisogna mai lasciare niente per intentato e che Galileo ha ancora tanto da dire, e da scoprire. Quella che si pensava essere una lettera perduta è stata ritrovata e la storia di Galileo, e dunque il dibattito tra scienza e fede, che si pensavano (forse) conclusi, hanno ora un nuovo inizio.

La scoperta di questa lettera getterà nuova luce sui tormentati rapporti tra Galileo e la Chiesa, così come sugli eventi che portarono nel 1616 alla condanna del copernicanesimo e all’ammonimento a Galileo, da parte del cardinal Bellarmino, a non sostenere e a non difendere più il sistema copernicano”, ci ha raccontato il professor Franco Giudice dell’Università degli Studi di Bergamo che ha supervisionato la ricerca di Ricciardo.

La lettera scatenò un putiferio: per la prima volta, l’astronomo sostenne che la ricerca scientifica dovesse essere libera dalla dottrina teologica. Ma il suo ritrovamento rappresenta qualcosa di più: è anche la prova di come, all’inizio dei contrasti con le autorità religiose, Galileo abbia cercato di calmare le acque. Esistono, infatti, due versioni della lettera: una (quella ritrovata) fu inviata all’Inquisizione a Roma il 7 febbraio del 1615 dal frate domenicano Niccolò Lorini. Una settimana dopo, Galileo scrisse a un amico, sostenendo che Lorini avesse inviato una versione modificata della lettera e allegò un testo decisamente meno provocatorio. Affermò che si trattava dell’originale e chiese all’amico di consegnarla ai teologi in Vaticano. In effetti, la prima lettera è costellata di correzioni. Ma l’analisi della scrittura, fatta dopo il ritrovamento, ha rivelato che quelle modifiche furono fatte dallo stesso Galileo e non da Lorini. La missiva è stata in possesso della Royal Society per due secoli e mezzo, ma è sfuggita all’attenzione degli storici, probabilmente per gli ormai noti errori materiali di trascrizione che sono sempre più diffusi nelle catalogazioni delle biblioteche più antiche.

“Ho pensato “non posso credere di aver scoperto la lettera che praticamente tutti gli studiosi di Galileo pensavano irrimediabilmente perduta – ha raccontato alla rivista Nature – sembrava ancora più incredibile perché la lettera non si trovava in una biblioteca oscura, ma nella biblioteca della Royal Society.”

“Vivo questo momento con grande gioia e soddisfazione – ha concluso il professor Giudice – Anzitutto perché la scoperta materiale della lettera è stata fatta da un giovane ricercatore, che collabora con me da diversi anni e che stimo molto per l’intelligenza e la straordinaria serietà con cui affronta la ricerca scientifica. Sono inoltre molto soddisfatto perché l’autenticazione della lettera è avvenuta attraverso un lavoro di equipe, coordinato da ricercatori della nostra università, con la collaborazione di uno studioso, che un collega e un amico: il prof. Michele Camerota dell’Università di Cagliari, grande e autorevole studioso di Galileo.”

 

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